Il Grande Sonno

scritto da Suomiblue
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Testo: Il Grande Sonno
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Cos’è che ha quattro facce, otto braccia e non riesce a dire l'ora? La torre dell'orologio della Union Station. Voglio dire, quattro orologi e neppure uno che funzioni?

Alzo lo sguardo per guardare l'ora, proteggendomi gli occhi: sono le 18:47. Sono sempre le 18:47, e lo saranno per sempre. Tutto quello che si sa è che lunedì il mondo era un posto rumoroso e frenetico, mentre martedì non lo era più.

Perché proprio martedì? Il mondo sarebbe dovuto finire di sabato. Il sabato è divertente. Almeno, una volta lo era. Invece no, ci aspetta un eterno martedì pomeriggio in cui non cambia mai nulla.

Buone notizie, però: non siamo soli nella Stazione. Un paio di dozzine di sfortunati ritardatari erano alla Union Station con papà e me quando il Grande Sonno (io lo chiamo così) ha fermato il tempo, due anni e mezzo fa. Ci sono un paio di scienziati dilettanti intrappolati qui con noi che ho ribattezzato "Le Teste d'Uovo", anche se papà mi dice di tenere per me questa definizione.

Papà è l'unica cosa che mi impedisce di correre a capofitto verso i tunnel della metropolitana, dove non si dovrebbe andare. Ci sono mostri in agguato laggiù. O forse qualcosa di peggio.

"Pensi che troveremo un altro volontario?" Stanca di guardare la torre dell'orologio, mi rivolgo a papà. I suoi occhi si nascondono dietro i Ray-Ban con lenti scure che possiede da quando aveva diciotto anni; in un altro mondo era un insegnante di liceo. Qui, è solo papà.

Appoggia la mano sul mostro senza vita che incombe su di noi: l'imponente treno Metrolink è un dinosauro di metallo arrugginito a guardia del binario 6. Non può muoversi, il che è normale: non c'è nessun posto dove andare.

La maglietta bianca che indossa è troppo grande per la sua corporatura minuta. Papà fa un gesto con la mano verso i binari del treno, e un vento leggero gli gonfia la manica: vedo quanto è magro il suo braccio, mentre dà una pacca affettuosa a un vagone del treno.

"Sono cinquantasei miglia fino a Santa Clara: ha un sacco di carburante in pancia eppure non è altro che un grosso fermacarte", dice papà. "Una volta faceva quasi tre miglia con un litro, anche se il chilometraggio effettivo può variare parecchio."

Sorride alla battuta: il mondo potrà anche fermarsi, ma l'umorismo degli adulti non diventa più divertente. Diventa solo più banale.

"Come mai non troviamo volontari che si offrano di seguire i binari?"

Papà si gira e guarda il sole che non tramonta mai, sospeso nel cielo limpido. "Beh, è difficile trovarne, ragazzina. D’altra parte, chi può biasimarli?"

"Forse tocca a noi", dico senza pensarci. Papà ha un sussulto. "Io e te, papà. Potremmo correre insieme lungo i binari fino alla spiaggia. Una bella giornata papà e figlia."

"Tranquilla, troverò un volontario", dice papà, ignorandomi. "Ho un buon presentimento su Santa Clara. Sento che lì troveremo le risposte. Solo perché Riverside e Santa Barbara sono state inghiottite dall'Anomalia, non significa che Santa Clara sia scomparsa."

L'Anomalia. Odio quando la chiama così. Sono le Teste d'Uovo, che stanno contagiando papà. Lui insegnava scienze. Adesso fa i suoi piccoli tentativi, un po' come le sonde spaziali che la NASA inviava nel sistema solare: solo che, invece di satelliti che scandagliano l'Universo alla ricerca di materiale cosmico, le sonde di papà sono volontari che manda a seguire i binari, alla ricerca di segni di vita oltre Union Station. Sonde-persone che si offrono volontarie quando ne hanno abbastanza del Martedì Eterno in una stazione ferroviaria, dopo che gli alieni hanno annientato il resto del mondo (questa è la mia teoria: le Teste d’Uovo invece sostengono che si tratta di una catastrofe nucleare).

"Ci sono delle risposte là fuori." Papà fissa il sole che non si muove, non sorge né tramonta mai, nel cielo azzurro di Los Angeles. "A Santa Clara." Sospira profondamente. Sembra che in questo momento abbia bisogno di una birra; se ne fosse rimasta un po' nelle vetrine, saccheggiate da tempo, salterei volentieri giù per il tunnel e gliene prenderei una. Ma non ce ne sono più.

Non capisco la determinazione di papà: finora, ci sono stati sette volontari che si sono avventurati oltre la stazione, dopo l’avvento del Grande Sonno. Il nostro secondo giorno qui, due di loro sono usciti dall'ingresso principale sotto i quattro orologi congelati di fronte alla Union Station e sono scomparsi lungo Alamo Street. Cinque binari diversi, uno verso Glensdale, un altro verso Venture, il resto verso est. Non è tornato nessuno. Nessuno è tornato a descrivere cosa ha fatto il Grande Sonno al resto del mondo.

"E le Teste d’Uovo?" chiedo. "Se ne stanno lì seduti a discutere di scienza."

"Non possiamo costringerli a fare volontariato", dice papà. "Contraddirebbe la definizione."

"Io scendo un momento di sotto", dico un po' troppo forte. Papà sussulta, mi guarda, con le sopracciglia alzate sopra gli occhiali da sole. Scrollo le spalle e aggiungo: "Sai, ehm, roba da ragazze. A meno che tu non abbia bisogno di me qui."

Papà scuote la testa. "No, va tutto bene, piccola. Vai pure. Io rimango a guardare il sole che non tramonta mai."

Considero l'idea di dirglielo. Di dirgli cosa farò realmente. Invece mento. "Tornerò tra quindici minuti."

"Prenditi il tuo tempo", dice. Lo vedo stranamente calmo. "E… tesoro?" Fa una pausa senza voltarsi. "Lo so che sei stufa di questa... questa triste scusa per il futuro." Mi si riempiono gli occhi di lacrime, e sono grata che lui mi dia le spalle. "Ma ti tirerò fuori da questo posto. Te lo prometto."

Ingoio un singhiozzo e scendo trascinando i piedi lungo la rampa fino al corridoio sotterraneo di transito passeggeri, dove mi fermo e mi guardo indietro. Papà mi fissa e io provo un senso di colpa allo stomaco. Gli rivolgo un sorriso e lo saluto con la mano. Lui annuisce, si volta e io inizio a camminare.

Non mi aspetto di incontrare nessuno. Quando vado a sbattere contro una Testa d’Uovo, quasi mi metto a urlare.

"Scusami", squittisce con una voce sottile e nasale. Un lampo di capelli rossicci e ispidi su un corpo magro come un chiodo; un paio di penetranti occhi azzurri sono troppo vicini al mio viso e faccio un passo indietro.

"Nessun problema", mormoro. Lo guardo con rabbia e la sua espressione si sgretola. La Testa d'Uovo si gira e mi fissa.

"Ti mancano le persone?" La sua voce rimbalza sulle pareti di cemento del tunnel.

"Cosa?" Non ho tempo per questo, quindi la mia voce esce stridula.

“Le persone. Mi mancano le persone. I miei amici, la mia famiglia. A te non mancano le persone? I tuoi amici di scuola? Tua madre? Potremmo finire per vivere per sempre così. Sarebbe bello avere qui le persone che amiamo, non credi?”

Vorrei andare verso di lui, afferrarlo per quel collo da pollo e urlargli in faccia: "Io ho qualcuno che amo qui, idiota!"

Ma alzo gli occhi al cielo e rido. "E chi è che vuole vivere per sempre?"

Testa d’Uovo mi lancia un'occhiata strana, poi alza le spalle, si gira e se ne va. Quando è solo un puntino in fondo al tunnel, tiro un sospiro di sollievo. Prima di raggiungere la rampa che porta al binario 10, mi fermo e guardo a est, verso la stazione della metropolitana vicino al vecchio acquario in rovina. Non c'è più nessuno a fissare i resti in frantumi dell'acquario; adesso è meglio evitare i tunnel della metropolitana che un tempo collegavano la contea di Los Angeles come gigantesche arterie che serpeggiavano attraverso la regione. Rabbrividisco quando la metropolitana mi chiama. Forse i fantasmi mi stanno mettendo in guardia dal mio piano.

Muoviti!

Una voce mi urla forte nella testa e io corro. I muri di cemento grigio mi sfrecciano accanto; tutti i pensieri di metropolitane vuote e infestate balenano e svaniscono nella mia corsa folle, finchè mi fermo sotto un orologio bianco e scintillante che sporge da un muro vicino al tunnel della piattaforma.

18:47.

Mi guardo intorno, ma non c'è nessuno. Il tunnel è solo un'altra città fantasma e io sono l'unico fantasma che la infesta.

Quando arrivo al binario 10, papà è lì. Ad aspettarmi. Non so perché, ma non ne sono sorpresa.

"Che c’è, non volevi salutarmi, piccola?" bisbiglia con voce roca. 

Sorrido debolmente e scrollo le spalle. "Avevi ragione, papà."

Questa volta è lui a trattenere le lacrime. "Ci siamo, è arrivato il tuo turno. E questa volta non posso venire con te, ragazzina."

"Lo so", dico in un sussurro. Se parlo più forte potrei spezzarmi in due. Vorrei crollare in un mucchio di ricordi infranti e sorrisi dimenticati, ma sento un sibilo nelle orecchie e mi chiedo se sia la mia volontà che mi sta abbandonando.

Per fortuna, la voce di papà mi raggiunge. "Ho qualcosa per te." 

Lo guardo mentre tira fuori dalla tasca posteriore un foglio piegato: è una mappa di Los Angeles. Me lo porge come se fosse Prometeo che offre all'umanità un fascio di legna ardente.

"Grazie, papà", dico scuotendo la testa. "Non so perché, ma non ne ho bisogno."

Nessuno dei due sembra voler dare troppa importanza al momento dell'addio; solo un abbraccio veloce e imbarazzato e io mi stacco, ma papà mi trascina indietro, aggrappandosi disperatamente a me. Sta tremando come se lui fosse il bambino e io il genitore, quando mi sussurra all'orecchio.

"Di' a tua madre che le voglio bene, piccola."

Posso solo annuire e fare un passo indietro. Questa volta, mi lascia andare.

Mi guardo alle spalle solo una volta. Papà sta già svanendo, una macchia scura su una piattaforma buia. Un profilo solitario sotto un sole per sempre fermo alle 18:47.

Cieli ghiacciati. Auto abbandonate sulle autostrade, alberi che muoiono per mancanza di acqua piovana. Case disabitate con le finestre vuote e parchi abbandonati, strani monumenti di un mondo antico e morto. Questo è lo scenario, mentre corro lungo i binari verso sud.

Passano giorni, forse anni. O decenni. Non ho fame. Non ho sete né sono stanca. Non mi fermo a chiedermi perché non ci siano funzioni corporee a cui badare. Continuo a camminare lungo i binari verso sud. Sono un piccione viaggiatore con il pilota automatico: so esattamente dove sto andando anche se il viaggio è monotono.

Finchè, ad un tratto, non lo è più.

Posso solo descrivere il cambiamento che avviene come se il mondo improvvisamente iniziasse a sciogliersi al rallentatore: i solidi si trasformano in gelatina mentre tutto si dissolve in chiazze umide e dorate sotto un cielo che si disintegra. Tutto, tranne i binari del treno.

Il Grande Sonno è ferito. Si ammorbidisce, mentre tutto si trasforma in burro.

Dovrei avere paura. Invece, la realtà che si dissolve è solo un'altra ironia. Mi dà un senso di soddisfazione. È una pugnalata al cuore del Grande Sonno e io sono il coltello. Potrei anche sciogliermi, ma porterò il mostro con me.

Qualcosa lampeggia lungo i binari. Strizzo gli occhi e intravedo una sagoma verde che emerge dalla peluria color oro che circonda le rotaie.

Non voglio guardare. Voglio svanire, lasciare che il Grande Sonno crei un ricordo indelebile di me. Ma poi la forma sui binari si solidifica.

È un'auto. I doppi fari anteriori perforano il burro, le luci rosse posteriori sono ciliegie ardenti e cerose.

La vecchia Ford del 1974 di papà. Ed è qui.

Per una frazione di secondo, ho di nuovo tredici anni. Sono sul sedile posteriore a disegnare sul mio blocco da disegno; la mamma è tornata a casa e io e papà siamo in gita a San Clemente. L'orologio sul cruscotto mi guarda con aria lasciva.

18:47.

Rivivo l'orrore, quando quegli occhi feroci e incandescenti sfondano i finestrini laterali del vecchio rottame di papà.

"Togliti dai binari!" La sirena stridula d'allarme del treno è l'ultimo suono che ricordo.

Poi segue il buio più totale; sotto di esso, sento un sibilo lento e ritmico, una pressione straziante, che mi schiaccia da ogni direzione. Urlo silenziosamente e il sibilo si interrompe bruscamente. Smetto di urlare. In qualche modo, l'assenza del sibilo lascia un vuoto dentro di me.

"Perchè sta succedendo questo?" Una voce di donna. Dolce, gentile, familiare. Piena di grazia. Colma di lacrime.

"Io... non lo so." Una seconda donna. Professionale. Perplessa. "Vado a chiamare il dottore", dice.

Le voci diventano più forti, proprio accanto a me. Senza preavviso, le campane mi esplodono tutt'intorno. Gemo, mentre il dolore mi assale di nuovo.

"Faccia qualcosa!" La donna è fuori di sé. "La aiuti!"

Mamma?

Sento un fruscio di tessuto, poi una fitta forte al braccio. La pressione si allenta e vengo trasportata via dal dolore.

Quando mi sveglio la seconda volta, la stanza d'ospedale è buia. Qualcuno ha abbassato le tende; le luci sono spente. La mamma è accasciata su una sedia accanto al mio letto, con le ginocchia raccolte sotto le ascelle, gli occhi chiusi. Il suo respiro è profondo, esausto. Sembra che non si pettini da settimane.

È assolutamente bellissima.

Alzo la testa, sento un'ondata di dolore che mi suggerisce di ripensarci. Mi appoggio allo schienale e guardo la mamma respirare nel buio. Dopo averci pensato un po', mi chiedo che giorno sia oggi.

Non mi chiedo dove sia papà. Lo so già.

C'è un orologio sul muro, non lontano dalla TV. C'è un programma sugli animali in onda, ma l'audio è spento. L'orologio sorride dal suo trespolo.

1:26.

Pomeriggio? Mattina? Vanno bene entrambi. Purchè non siano le 18:47.

Con gli occhi annebbiati vedo una lavagna bianca vicino alla finestra, con la data stampata con precise lettere blu.

4 ottobre 2024.

Sono passati esattamente due anni e mezzo dal mio ultimo viaggio papà e figlia a San Clemente.

"Abbey?"

La voce della mamma è stanca e dolente, ma sveglia. È al mio fianco, china verso di me, con il mento appoggiato sulle mani, le dita ripiegate come quelle di una mantide religiosa, gli occhi luminosi, grigi e spalancati.

"Ciao, mamma", gracchio.

La mamma allunga la mano e mi posa delicatamente le dita sul braccio. Singhiozza, ripetendo il mio nome, mentre una tigre insegue silenziosamente un'antilope in TV.

 

Sono stati mesi lunghi, pieni di sorrisi, lacrime e antidolorifici. Ci è voluto un po' di tempo, ma ho imparato di nuovo a camminare.

Quando costringo la mamma a portarmi a Rose Hills un tardo pomeriggio, condividiamo con gli occhi lucidi i ricordi di papà sulla sua tomba. Non parliamo del fatto che non dovrei essere viva, o delle luci in fondo al tunnel. Ci sdraiamo in silenzio su una coperta, nell'erba fresca appena tagliata; un sottile strato di smog aleggia nel cielo del tardo pomeriggio, conferendogli un bagliore rossastro.

"Te lo ricordi?" chiede la mamma. "L'incidente, intendo."

"Molto poco", sussurro.

Vorrei raccontarle della Union Station, di tutto quello che è successo (o non è successo) lì. Del tempo immobile, e di tutti gli sforzi che papà ha fatto per farmi tornare a casa. Ma non le dico niente di tutto questo.

Invece, le trasmetto l'ultimo messaggio di papà e la mamma ha la dolcezza di non farmi sembrare pazza. Abbasso gli occhi sul nuovissimo smartwatch che la mamma mi ha regalato per il mio sedicesimo compleanno, la settimana scorsa, ma è morto.

Spero di aver soltanto dimenticato di caricarlo.

Il Grande Sonno testo di Suomiblue
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